La camicia che insegna: “vola basso!”

Il giorno della spedizione al negozio delle stoffe, di cui racconto qui , ho trascorso circa mezz’ora davanti allo scaffale degli scozzesi, intenta a valutare la consistenza, l’abbinamento dei colori e il possibile utilizzo di un numero imprecisato di fantasie geometriche assai variegate. Dopo infinite valutazioni mi sono lasciata trasportare dall’entusiasmo e ho acquistato una tela scozzese sulle tinte del grigio e blu, ma con una nota curiosa di giallo, che -oltre ad essere apparentemente double face- si presentava di una singolare leggerezza. Pensando di destinare il mio acquisto ad una bella gonna morbida, non mi sono per niente curata del fatto che la “singolare leggerezza” fosse dovuta al fatto che la trama della stoffa era a dir poco rada, e che la sua inconsistenza mal si abbinava alla mia scarsa precisione e accuratezza nelle cuciture a macchina. A complicare ulteriormente il quadro si è aggiunta la malaugurata idea di sostituire il progetto di una gonna con quello di una camiciona lunga, individuato sul numero di Burda e progettato strategicamente per rallegrare i lunghi ponti tra aprile e maggio.

Con anticipo rispetto alla tabella di marcia (il fatto che io non sappia resistere quando mi metto in testa di realizzare qualcosa mi sembra di averlo chiarito adeguatamente!), taglio con “precisione” (anche su questo non mi sembra necessario approfondire) il cartamodello, senza dare troppo peso alla quantità e alla novità dei segni e dei simboli che, pezzo dopo pezzo, mi ritrovavo ad annotare sulla carta velina. “Massì, hai prodotto una giacca in una settimana, ora vorresti dire che non riesci a fare una camicia scozzese?!”, dicevo tra me e me con aria di (auto)sfida, mentre tentavo disperatamente di dare una piega sensata alla stoffa per il taglio, mentre lei se ne andava da tutte le parti e mi sfuggiva dalle mani. Caparbia come pochi, ho preparato tutti i pezzi e mi sono imposta di seguire in dettaglio le istruzioni per realizzare la camicia, vista la novità dell’esperimento.

Per fare una breve sintesi dell’esilarante processo di confezionamento del modello, questi sono i “piccoli” inconvenienti che mi sono capitati:
1. la stoffa prescelta non assomigliava minimamente al genere consigliato dalla rivista, ovvero “stoffe per camicie o comunque molto sostenute”. Conseguenza: righe dello scozzese che non combaciano, cuciture che sfuggono, improperi contro me stessa;
2. l’utilizzo dello “sbieco di cotone” mi risulta ancora piuttosto oscuro. Conseguenza: l’ho messo a caso nei posti che mi sembravano più opportuni. Seconda conseguenza: mancava nei posti dove era necessario;
3. il collo e l’abbottonatura di una camicia si basa su regole scientifiche che impongono precisione millimetrica nel taglio della stoffa e conoscenza dell’algoritmo per l’assemblaggio delle diverse parti. Io non ho il minimo istinto scientifico e non so cosa sia un algoritmo. Conseguenza: il collo e l’abbottonatura sono una mia libera interpretazione dell’argomento.
4. la camicia prevedeva un’abbottonatura composta da 10 piccoli bottoni, mentre un bottone andava applicato ad ogni polsino. Io non sono capace a cucire asole per bottoni utilizzando la macchina da cucire. Conseguenza: 12 asole cucite a mano, perdita della vista, revisione della gamma di auto-insulti, risultato deludente.

La conseguenza generale di tutti i “piccoli” inconvenienti riscontrati è che la povera Fiorella si è tenuta addosso la mia mezza camicia per un numero infinito di giorni, ricordandomi ogni volta che la vedevo, cioè ogni  giorno dato che si trova posizionata nella stanza delle scarpe e dei giacchetti, che prima o poi avrei dovuto affrontare la sfida e accettare la sconfitta. La domenica di pioggia è arrivata puntuale a salvare la suddetta Fiorella.

foto foto (1) foto (2)

 

Ora, mi rendo conto che dopo un romanzo sulla “disfatta della camicia” ci si potrebbe aspettare un repertorio fotografico degno dei disastri raccontati. Devo ammettere che, nonostante tutto, posso anche ritenermi soddisfatta del lavoro finito. Magari domattina me la indosso pure, la mia simpatica camicia scozzese.

Di sicuro dovrò ricordarmi della lezione che questo progetto mi ha insegnato: anche quando crei, “il troppo stroppia”, altrimenti detto: “vola basso!” Quanta saggezza in una macchina da cucire…

2 pensieri su “La camicia che insegna: “vola basso!”

  1. ti assicuro che dalle foto sembra molto precisa, cuciture visibili e collo compresi! sei molto brava, io non sono riuscita nemmeno a immaginare di cucire una camicia! :)

    1. Ti ringrazio, almeno all’apparenza ho nascosto bene le magagne! Nella sostanza, purtroppo, qualcuna è rimasta..anzi, ora che l’ho indossata, ne sto scoprendo di nuove ( : ti assicuro che prima di avventurarmi di nuovo in un progetto così ambizioso, ci penso su un paio di volte!

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